Monsignor Lauro Tisi: “Ricordare Stava con il silenzio, la forma più rispettosa verso un dolore immenso che il tempo non cancellerà mai”

Domenica 19 luglio si ricorda il trentacinquesimo anniversario della catastrofe della Val di Stava che il 19 luglio 1985 causò la morte di 268 persone ed un dolore immenso ancora forte e presente dopo oltre tre decenni.

Momento unico di questo anniversario, nel tempo della pandemia, è stata la Santa Messa al mattino in ricordo delle vittime nel cimitero di San Leonardo.

A presiedere la celebrazione è stato l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi.

A lui abbiamo rivolto tre domande per riflettere su questa tragedia immane e sul suo significato dopo trentacinque anni. Ecco le risposte di monsignor Tisi.

 

Cosa bisogna dire e fare dopo 35 anni per rafforzare e non disperdere il monito della tragedia di Stava?

Non serve dire e fare: serve soprattutto silenzio, la forma più rispettosa di un dolore che il tempo non cancellerà mai e che resta scolpito per sempre nel cuore di tante, troppe famiglie dalle quali sono stati sradicati gli affetti più cari.

A chi sostiene di essersi sentito solo il 19 luglio di 35 anni fa, cosa si può rispondere?

Chiedere scusa per non aver compreso l’enormità del loro dolore, accentuato dalla certezza che dietro quella tragedia non c’era il destino o, paradossalmente, un disegno di Dio ma l’incuria, il profitto, la superficialità. Allo stesso tempo vorrei dire loro che proprio il Dio di Gesù Cristo in quell’ora ha accolto il loro lamento lacerante, si è seduto accanto a loro, vicino al loro cuore e si è fatto anche lui grido di dolore e lacrime.

Il senso della responsabilità collettiva, mancato in maniera purtroppo evidente a Stava quel 19 luglio e prima, è lo stesso senso, in contesto diverso, che deve emergere oggi nella fase difficile che stiamo vivendo, ma che fa molta fatica a prevalere. Cosa serve per far sì che questo senso di responsabilità collettiva diventi una volta per tutte sistema e non rimanga episodio?

Avere il coraggio di ammettere che siamo inesorabilmente vulnerabili. Ma riconoscere al contempo che da ogni sconfitta dell’umano – e Stava come la pandemia sono uno scacco alla nostra presunzione d’onnipotenza – si esce solo recuperando la vera natura dell’uomo: l’essere in relazione. Una vita autoreferenziale, autocentrata – modello purtroppo diffuso, anche nella Chiesa – è come un fiume di fango destinato a portare fallimento. Una vita costruita sulla fiducia reciproca è un flusso di acqua fresca, capace di portare frutto.

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